Scegliere SEO e scarpe da corsa

Danni di scelta sbagliataOgni tanto, come cicli continui, escono gli articoli su come scegliere l’agenzia SEO o come scegliere il consulente SEO. Spesso sono articoli che arrivano dai feed delle ezine americane e poi vengono più o meno tradotti e riadattati alle esigenze dello stivale (meglio non parlarne…).

Qualche giorno fa ho provato a spiegare la SEO. Mi piacerebbe provare a continuare questo excursus, spiegando a potenziali clienti di un SEO come identificare il SEO giusto. Lo faccio in modo parabolico, partendo da un piede e da scarpe da corsa.

Vedete l’immagine qui a destra? Da fastidio? Abbastanza… fa pure male al soggetto dello scatto. Ma cosa è successo?

Scarpa con sorriso

E’ successo che un giorno un ragazzo si era messo in testa che voleva iniziare a fare running. Decide quindi di andare in un negozio sportivo della sua città. Viene accolto con un bel sorriso, gli viene addirittura chiesto di provare una corsetta. Prova qualche modello (giusto un paio), esplicita di essere alle prime armi e torna a casa con le sue scarpette da corsa nuove: felice, entusiasta e contento di essere stato trattato bene. Un quarto d’ora di soddisfazione, un po’ meno per la carta di credito 😉

Qualche giorno e alle prime corse il piede fa male: ma diamine è l’inizio. Che inizio è senza farsi male, un po’ come i calli per un chitarrista. E’ normale.

Il male continua, gli allenamenti si prolungano: 30-40-50 minuti. Primi segni evidenti: unghia un po’ nera, dolori muscolo-articolari. Ma è lo sport, lo sport è traguardo e sofferenza (sangue e mer*a… cit!). Ma la SEO… ‘spetta, arriva!

Succede che con quegli scarpini si spara pure una mezza maratona (21 km) e il piede salta in aria: vesciche, infiiammiazioni, unghia persa. Basta? No… basta cercare su internet per vedere che – il dato meno importante – quel modello di scarpa (non essendo l’ultimo lanciato) costa un bel po’ meno del prezzo pagato in negozio! Danno-Beffa-Delusione.

Poi cosa è successo?

E’ successo che dopo qualche mese il ragazzo ha iniziato ad imparare ad ascoltare il proprio corpo. Si è informato sui negozi e sui prodotti. Si è informato in cosa consiste una scarpa da running e quali sono i parametri per scegliere una scarpa: peso atleta, strada da percorrere, appoggio del piede, movimento degli arti inferiori, …

Inoltre ha iniziato a parlare con altri runner, più esperti, chiedendo lumi in merito a marchi e negozi specializzati. Scopre così che quasi tutti i runner si fidano o hanno sentito parlare bene di un negozietto in una città limitrofa. Ah beh… scopre ovviamente che ok l’apprendistato della scarpa, ma che la scarpa che porta è sbagliata e sta perdendo 2 unghie del piede, errore irreversibile.

Decide quindi che è ora di un cambiamento, però è necessario dare nuovamente fiducia a qualcuno: va nel negozietto e viene accolto con gentilezza.  Nasce un rapporto di un paio d’ore, fatto di mille domande reciproche, di test sul piede (lunghezza, appoggio, …), sulla postura, sul tipo di corsa. Viene chiesto il peso e si è iniziato a delineare insieme il segmento di scarpe da scegliere, coniugando esigenze e offerta di prodotto. Traduzione: se sei 90 chili non puoi correre con una soletta da etiope, non funziona così!

Alla fine dopo almeno una quindicina di scarpe di marchi diversi, ci si è ridotti ad un numero di due-tre scarpe da scegliere, ritestandole insieme con consigli e verifiche. Prova, riprova, consiglio, consiglio… ok questa! Ma si parla di SEO o no… che palle, ‘rivo!

Come è finita?

Una ventina di kilometri fatti con quelle nuove scarpe, nonostante il piede ancora mal ridotto. Ritrovata la libertà di correre ascoltando il proprio carma, i propri muscoli e non il dolore dei piedi. La soddisfazione di aver speso dei soldi ma di essere stato coccolato e accompagnato ad una scelta: una consulenza, non una vendita! Questa la sensazione. Il prezzo? In linea con i più disinibiti broker o catene di scarpe online.

Scarpe e SEO: vaneggi?

Ecco. Non sono diventato completamente scemo, per ora. Ritengo però che le cose si spieghino con qualcosa di capibile e non con paroloni. In settori come la SEO il consulente ha due alternative: o ti accompagna in un percorso di condivisione, o gli si da carta bianca (che significa chiavi di casa e fuori dalle palle il cliente!!!) o ti prende per il cu*o tra un parolone e un report su misura che dice ciò che serve e non dice ciò che non serve.

Come valutare quindi il SEO? Ecco alcuni consigli:

  1. FORMARSI: presentarsi da un consulente o un’agenzia completamente alla cieca è sbagliato. Si può iniziare a documentarsi da documenti basici firmati Google o verificare qualche blog di SEO riconosciuti come influencer, magari verificando coloro che partecipano ai principali eventi italiani. A me sono capitati clienti senza nemmeno un sistema di analytics nel sito, per dire…
    Se ti compri un’auto ti informi prima di andare in concessionaria: cavalli, peso, consume, optional. Idem per uno smartphone: batteria, display, spazio, … Perché non fare lo stesso per la SEO?
  2. INFORMARSI: difficilmente un’agency SEO buona o un consulente SEO è sconosciuto. Sicuramente chi può vantare una certa professionalità, ha avuto decine di clienti, in vari settori, ed è riconosciuto come una persona valida. Si può iniziare con una ricerca su Google, su qualche forum specializzato come Forum GT o da amici o clienti.
  3. CASE HISTORY: chiedere a chi vogliamo affidarci se è disponibile a mostrare i propri successi. Cercare di valutare se sono referenze nominali o se viene dimostrato un iter lavorativo fino al raggiungimento dei risultati. Chi ha avuto successi sarà orgoglioso di dimostrarlo, magari celando il nome del progetto, ma spiegherà volentieri un caso di successo.
  4. DOMANDE: il consulente SEO – lo dico spesso – con i suoi clienti è come un avvocato. Affinché un progetto decolli è necessario che ci sia uno scambio di fiducia, di trasparenza, che le scelte siano sempre condivise. Il SEO vive delle informazioni storiche di un progetto: versioni precedenti del sito, piattaforme cambiate, storia dell’attività, progetti futuri, obiettivi da raggiungere (non sempre il traffico è l’obiettivo, anzi!). Se non vengono chieste al cliente, se non vengono chiesti gli obiettivi, se non c’è una sorta di passaggio di consegne probabilmente c’è delle fuffa.
  5. PIANIFICAZIONE: capire se il lavoro che si sta intraprendendo è pianificabile. Risposta: lo deve essere. Il cliente può chiedere – in via preliminare ovviamente non si può chiedere il Gantt – ma un minimo di idea la si può pretendere: tempo-operazioni-obiettivi, tempo-operazioni-obiettivi, …
  6. SU LE MANICHE: in progetto specie di dimensioni medio-grandi il SEO non può fare da solo. Il cliente – specie in questa fase storica della SEO e delle necessità per aver successo – è uno dei protagonisti. Il SEO può ottimizzare il sito, può delineare le linee guida di lavoro, può consigliare e correggere la rotta, ma è il cliente che deve “produrre” per avere successo. Servizi tipo “faccio xyz e poi tutto va e tu non devi fare niente” sanno di puzza!
  7. COSTO: un professionista (ancora di più un’agency) non costa 1€ all’ora. Se ci si rivolge ad un professionista bisogna avere la consapevolezza dei suoi costi. Quando si porta l’auto in officina si sa che da 20 a 40€ all’ora non si scappa e che per smontare un motore un paio di ore ci vogliono. Ecco fare SEO in modo professionale richiede tempo prezioso: con 100€ lordi probabilmente il tuo sito non viene nemmeno navigato, ma forse nemmeno per 200-300€! Prova a pensare cosa ti può costare un dipendente medio… ragiona su quello.
  8. MIRACOLI: i SEO che offrono miracoli o parlando di certezze sono sulla strada sbagliata. Mai come oggi la SEO si è trasformata in uno sport sulla lunga distanza. Per quanto riguarda le garanzie: uno solo comanda in questo ambiente, Google. Il resto è fatto di empirici sostenuti da esperienza e studioOggi premere troppo sull’acceleratore (tipo comprare quintali di link) è più facile che si traduca in una penalizzazione. Ma il sito non è del SEO… (citazione).

Ritengo che non bisogna diventare SEO per valutare un SEO, ritengo che bisogna affidarsi a chi lo fa per professione, bisogna che il cliente eviti i classici bastoni tra le ruote ma che non si esimi dalle proprie responsabilità e dalla condivisione del progetto.

Il buon cliente non si deve accontentare di sorrisi e sconti, ma deve pretendere chiarezza, trasparenza, pianificazione e anche qualche bel “stai sbagliando tutto”, avendo la forza e la voglia di  mettersi in gioco discutendo anche del business plan stesso.

Un vero professionista è anche quello che non accetta un lavoro quando vede che un progetto non ha senso che venga portato avanti: un insuccesso per colpe non sue sarebbe comunque una macchia dura da cancellare e di facile interpretazione per i terzi. Non è poco!

OT

Visto l’argomento una dovuta citazione, ricordando un grande rivoluzionario (medico, artista, rocker, folle):

Loading Facebook Comments ...

16 pensieri su “Scegliere SEO e scarpe da corsa

  1. Giovanni Sacheli

    “Un vero professionista è anche quello che non accetta un lavoro quando vede che un progetto non ha senso che venga portato avanti”…Esatto, quando mi parlano di acquistare link dagli indiani 😀

    Rispondi
  2. Benedetto Motisi

    Mi piacciono i post con le analogie (anche se corro al rallenty) *_*

    Tutto molto giusto, mi piace quando parli soprattutto di evitare un progetto che non va da nessuna parte anche perché poi 9 volte su 10 il cliente incolpa te del fatto che il progetto è stato un FAIL.

    Il punto 1 purtroppo finisce spesso e volentieri ad accollarselo il buon SEO che deve stare lì a formare – ed è un costo quasi mai calcolato – il cliente.

    Vero che se devo comprare un’auto mi informo, ma vedo che con i servizi “immateriali” raramente funziona così: per dire, anche con una consulenza legale è difficile trovare il cliente che si è informato prima.

    Poi te dici che sono capitati clienti senza sistema di analytics, sarò una calamita io ma sono nettamente più quest’ultimi che altri. Gli parli di dati, di storico del sito per gestire meglio la situazione e ti dicono “si, ti giro gli accessi”.

    Per carità eh, se il cliente era scafato non era cliente e si faceva la SEO da solo, quindi ci può stare. Solo che le maniche tocca rimboccarcele fin sopra le spalle *coatto* che al gomito 🙂

    Rispondi
    1. Merlinox Autore articolo

      Benedetto all’università avevo un prof illuminato che faceva fare gli esami col libro. Il numero di “morti” post esame era immenso. Cosa voglio dire: che un bagaglio eruditivo non ti trasforma in SEO (faccio da solo per intenderci) ma ti permette di iniziare capire. Nel libro “Cigno Nero” c’è proprio una frase in merito che dice che studiare senza erudizione fa danni infiniti!

      Quando parlo di formazione al cliente non dico formare il cliente (che è ovviamente un costo e un progetto per i fatti suoi), dico che il cliente responsabile deve almeno capire cosa sta andando a comprare e – oggi – non può permettersi di farlo alla cieca. Se vai da un avvocato ci scommetto “il naso” che o vai da un amico o prima di informi da chi andare: non bussi alla porta del primo e ti affidi, al più della disperazione.

      Per quanto riguarda la “responsabilità” del SEO io quando un progetto va male, anche se ho la coscienza pulita, ci resto male. Avere una vision preventiva secondo me è meglio.

      Rispondi
      1. Benedetto Motisi

        Sottoscrivo pienamente.
        Come formazione ho parlato in termini troppo “ampi”, ma l’idea era quella esposta da te.

        Solo che davvero a volte ti arriva gente che vuole il servizio per “sentito dire” ma non sa quasi manco che fa il suo stesso business.

        La vision preventiva.. io sto arrivando al punto proprio di chiedere gli accessi e tutti i cavoli PRIMA di accettare.
        A volte saltano fuori certi coniglio rabbiosi dal cilindro..

        Rispondi
        1. Merlinox Autore articolo

          A volte ne arrivano che ti viene proprio voglia di “vendergli er colosseo”. E’ che poi la figura di me*da è sempre dietro l’angolo.

          Rispondi
  3. Alessandro

    Alla fine che scarpe ai preso? No, perché ho una stazza simile e volevo capire come ti sei attrezzato. (io al momento asics gel kayano).

    Rispondi
    1. Merlinox Autore articolo

      A parte che non ho mai detto che parlavo di me, ma non ti pare di essere un po’ fuori tema con la domanda???
      (Saucony Triumph 10)

      Rispondi
  4. alessio

    Guarda che un “sulle scarpe avevi ragione tu!” mi sarebbe bastato, eh…
    (E già tremo a pensare quando scriverai di allenamenti e SEO…)

    Rispondi
    1. Merlinox Autore articolo

      Si beh facile a dirlo, dopo che uno si è fatto male. Anch’io ho detto a Padova “vai piano che ti fai male” e ora sei sul lettino del fisioterapista.

      Rispondi
  5. Alessandro

    Analogia spiritosa, particolarmente apprezzata da un runner (dilettante) come me. 🙂

    Il punto no. 8 della lista merita una standing ovation: ci sono in giro troppi (presunti) SEO che vantano “miraboleggianti” risultati per i propri clienti. Ma l’antidoping a certi SEO non si può fare? 😀

    Rispondi
    1. Merlinox Autore articolo

      L’antidoping non serve, ci pensa Google a “fine anno”. È che alla fine il culo è quello dei clienti. Epilogo? O non arrivavo risultati o arrivano subito e poi arrivavo le penalizzazioni.

      Rispondi
  6. Davide

    Ahah come sai io ho preso delle terribili Nike ahah…
    Io mi chiedo sempre perché i clienti non chiedano il punto 3 a chi si spaccia come seo… è così difficile richiedere professionalità? Mah…

    Rispondi
  7. Paco

    Analogia adattissima con la seo eheh mi è piaciuto molto leggere un articolo che condivido a pieno e che si riporta facilmente alle diverse professionalitá presenti in rete, non solo ad i seo.

    Formazione e condivisione sono alla base del rapporto con il cliente… verissimo!

    Case history o portfolio dicono molto, poi cerchi su google e sei sulla retta via caro cliente 😉

    Rispondi
    1. Merlinox Autore articolo

      Grazie Paco. Mi sento però di dare l’ennesima steccata: diffidare dalle case history ricche e anonime. Farsi sempre spiegare bene, per ogni case history alcune cosette tipo: progetto fatto, stato del progetto alla partenza, svolgimento e risultati ottenuti. Chi ha veramente fatto “cose” sarà orgoglioso di raccontarle!

      Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *