Maxfini e MiniRugby.it sport rispetto e gioia

Cliccare per ingrandireCiao Maxfini,
finalmente troviamo il tempo per qualche domanda.
Per chi non ti conoscesse, Massimo Fini ha una formazione economica, esperto in marketing e da qualche anno rincorre il web come nuovo canale dove effettuare i suoi esperimenti.
Alla fine è ricaduto su un nuovo progetto web. Ma lascio a te la parola.

Che progetto è? Di cosa si occupa?

minirugby.it è un sito che parla di rugby, di quello giocato dai bambini dai 6 ai 13-14 anni circa, il cosiddetto “rugby educativo o propaganda”. Come spesso accade è dalla osservazione dei fatti quotidiani che prendono spunto i progetti. Ho un figlio che con grande passione si rotola nel fango avvinghiato all’ovale; la domenica mattina ghiaccio, pioggia o solleone che sia, siamo sempre su qualche campo a vedere i ragazzini che lottano e si divertono. Credimi, ti appassioni anche se non vuoi.
Da lì il passo è stato breve: informazioni strutturate, continue sul mini rugby se ne trovano poche e sono polverizzate, mentre dietro a questo sport la comunità di appassionati e tutt’altro che irrilevante. La domanda che mi sono posto era inevitabile: “A questa passione non corrisponde un desiderio di informazioni, di strumenti per favorire scambi e relazioni?”

Ma quando guardi il piccolo giocare gli occhi sono quelli del tifoso o gli occhi di un genitore “preoccupato”? Cosa ne pensi della presunta “violenza” del rugby?

A dire il vero da quando c’è minirugby.it mio figlio lo vedo giocare molto meno perchè sono impegnato a scattare fotografie sui diversi campi, le partite delle Under 7, 9, 11 e 13 si giocano contemporaneamente. Mi sono perso anche qualche meta, ma non diciamolo… faccio il tifo ma mi diverto tantissimo a vedere qualsiasi squadra.
Esprimo la mia opinione sul rugby volentieri proprio perchè essendomi avvicinato da non molti anni non ho pregiudizi di sorta. Il rugby è una lotta, e nella lotta il contatto è naturale. Il contatto col pallone, col terreno e con l’avversario, anche con i compagni, è un momento importante, al quale i bambini oggi sono sempre meno abituati. Semmai i nostri figli oggi conoscono le distanze. Non a caso l’educatore (educatore, non “allenatore”…) di mini rugby all’inizio si concentra proprio sull’area cosiddetta “affettiva” per favorire il superamento del timore del contatto. In fondo si tratta di uno sport semplice e molto naturale: saltare, correre, rotolare. A 7 anni se hai una palla ti viene spontaneo afferrarla e correre, il tuo compagno correrà e si rotolerà con te per portartela via.
Per giorcarlo serve grinta. Non serve invece essere violenti, anzi. La violenza di per sè è violazione di una regola, sopraffazione ed è punita perchè sinonimo di scorrettezza. Nel rugby il rispetto delle regole è sacrosanto e le regole sono molte. Il placcaggio, che è un gesto atletico di rottura, duro, e che richiede coraggio, non può avvenire al collo. Sgambetti non sono ammessi, altri colpi neppure e puoi intervenire solo sul portatore di palla. Pensa solo a cos’è invece il “fallo tattico” nel calcio… sport dove il contato in linea di massima non è ammesso.
Nel minirugby poi il rugby è solo accennato: il campo ha dimensioni ridotte in base alla categoria (ad esempio per l’Under 9 è 22×30 metri), anche il numero di giocatori è ridotto, e così il tempo di gioco. I bambini sono lasciati molto liberi anche perchè il loro ego non consente loro di essere collaborativi in maniera compiuta. I concetti base sono pochi e chiari: avanzare, continuare sempre l’azione, sostenere, ovvero aiutare sempre chi attacca o difende. Anche le regole da rispettare sono poche ma chiare: meta come obiettivo, placcaggio regolare, niente tenuta del pallone a terra, passaggio non in avanti, fuorigioco.
Il ruolo dell’educatore è più pedagogico che tecnico ed è molto importante perchè deve coinvolgere tutti i bambini, anche quelli più timidi che tendono a stare in disparte, forzando quelli più capaci e dominanti a confrontarsi con situazioni più impegnative. Non so se tutti gli educatori interpretano correttamente il ruolo o si fanno prendere dalla voglia di allenare e portare a casa risultati. Certamente la competizione è importante ma non può essere la vittoria l’unica finalizzazione.
Anche il ruolo dei genitori è importante. Tutti conoscono i valori pedagogici del rugby educativo? Tutti li condividono e li pesano correttamente? A bordo campo i genitori incitano e si sbracciano, credo si divertano molto, ma mi è capitato di assistere a qualche intemperanza fuori luogo per reclamare per un errore arbitrale (!) o per “difendere” il proprio figlio, quando in realtà anche i genitori in quei frangenti dovrebbero tifare perchè tutti i bambini in campo si divertano e imparino, nel rispetto reciproco, sdrammatizzando gli errori.

Da qualche tempo il rugby è preso dai media come immagine di rispetto. Cosa ne pensi?

Ci sono alcune premesse d’obbligo da fare. In italia ci sono più di 11 milioni di sportivi praticanti. 45 mila circa sono i rugbisti (meno dei golfisti!), però con un tasso di crescita negli ultimi 5 anni superiore al 35%, uno dei maggiori. La parte del leone com’è noto la fa il calcio (4.300.000 praticanti) che fagocita tutto, risorse e attenzione dei media, oscurando le altre discipline e, a mio avviso, fuorviando anche la cultura sportiva che è quasi monotematica e portatrice di una unica visione dello sport (competizione esasperata, denaro, successo a tutti i costi, faziosità…). Tuttavia proprio per la risonanza che ha, il calcio mette in evidenza tutto, nel bene e nel male: le frodi e i comportamenti scorretti sono argomenti quotidiani, specie ultimamente: doping e droga, campionati truccati, violenza in campo, violenza sugli spalti, modelli di vita non esemplari di molti protagonisti, gossip…
Chiaramente se uno sport – il rugby – per tradizione vive di altro – amatorialità, rispetto etc – il suo tema dominante nei media sarà quello. Serve anche a propagandarlo e ad amplificarne la risonanza. Il rugby effettivamente sposa certi concetti, quello di rispetto indubbiamente. Attenzione però perchè il rugby è sempre stato uno sport prevalentemente amatoriale (finisco di lavorare, vado al campo ad allenarmi… e sono un giocatore del massimo campionato!) e i suoi valori non sono simbolici, sono concretamente vissuti. Le cose un po’ stanno cambiando. Il rugby, soprattutto nei paesi con più solida tradizione (Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica, Francia, Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda), coinvolge masse consistenti di appassionati, che si muovono con buona capacità di spesa in grandi trasferte e senza problemi di ordine pubblico, comprano le maglie degli All Blacks e degli Harlequins, mug con il simbolo della propria squadra etc etc. La risonanza degli eventi c’è: la Rugby World Cup rispetto agli esordi ha più che triplicato gli spettatori, la prossima edizione (Francia 2007) sarà il terzo evento dopo Mondiali di Calcio ed Olimpiadi: il 9 novembre scorso i server dell’IRC presi d’assalto da chi voleva acquistare i ticket per le partite sono collassati e sono stati chiusi, molte partite sono già “sold out”… e si giocheranno a settembre 2007!
Gli investitori pubblicitari ovviamente sono attratti. Il professionismo cambia molte regole. Però credo che il rispetto, come valore, resterà. In fondo è connaturato all’immagine del rugby anche se finisce per essere usato.

Rugby e Internet, nuovo connubio? E tu: dal marketing al webmastering? E poi…

Internet sposa un po’ tutto, è un media, uno strumento di relazione. Se dai un’occhiata ai siti tematici anglosassoni scopri l’acqua calda. Da noi lo sport in questione è meno conosciuto e quindi c’è meno attenzione. E poi come dicevo il rugby è stato a lungo uno sport amatoriale, gestito con logiche amatoriali, oggi serve managerialità, anche nella comunicazione. Non avviene se non in parte per il “rugby dei grandi”, figurati per quello mini!
Pensa: minirugby.it ha ricevuto molti apprezzamenti, siamo molto soddisfatti. Ci ha colpito però una cosa, molti hanno detto che il sito è fatto in modo quasi professionale. Probabilmente nessuno si aspettava che qualcuno prendesse l’iniziativa e applicasse alcune attenzioni (secondo me “di base”) per svilupparla. In realtà non abbiamo ancora fatto che una parte minima del lavoro, ci siamo tenuti “bassi”, un po’ perché costa molto impegno e tempo, un po’ perché vogliamo vedere cosa gradiscono davvero gli utenti.
La gestione dei contenuti avviene per sezioni, abbiamo cercato di impostarle in modo semplice ma – ripeto – c’è molto ancora da fare, molte ottimizzazioni. In questo momento le informazioni sui tornei, la didattica… le immagini, sono apprezzate. Naturalmente è importante che tutti gli attori interessati (tecnici, genitori, appassionati…) contribuiscano, questo fa crescere il sito, che già è aperto a collaborazioni. Più avanti lo renderemo anche relazionale.
E questo impegno al momento basta. Siamo in tre a gestirlo. Michele Reali si occupa della parte tecnica (usiamo il CMS di Joomla), è un ingegnere esperto anche di web marketing, quando gli chiediamo qualcosa risponde sempre “vedremo se si può fare”; Alessandro Tellarini, oltre che ad essere un rugbista di Serie A con trascorsi in Super 10, è esperto di web writing e content management e dà una mano con i contenuti.

I prossimi obiettivi di minirugby.it? Tutti al terzo tempo (spiegalo…)?

Mi fai una battuta ma è proprio così. Il terzo tempo è il tempo più importante nel rugby, quello che si gioca fuori dal campo, in cui gli avversari al termine della partita bevono assieme etc etc. Noi vogliamo arrivare proprio al quello. minirugby.it è partito come una iniziativa amatoriale, abbiamo dei piani di sviluppo a breve e medio termine (che non ti svelerò mai!) ma non sappiamo davvero dove possa arrivare. Certamente sviluppare un sito richiede impegno, tempo, denaro. Ma l’obiettivo finale è… farci qualche bella mangiata assieme, tra noi, con gli amici del rugby, con gli amici del sito soprattutto. Vedrai che ci arriviamo… ovviamente sei invitato.

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